Ho il covid: la scienza che spaventa e confonde ma alla fine funziona


Scrivo questo articolo da una stanza isolata in fondo al corridoio. Sono chiusa in 9 metri quadrati ormai da sette giorni e sono positiva al COVID-19. 

Chi mi conosce può testimoniare che ho il primato della rompiballe dell’anno, forse anche di sempre, ma il coronavirus ha terribilmente peggiorato la mia condizione umana.

In questi dodici mesi dal lockdown ho scassato gli zebedei ad amici e parenti, invitandoli a fare sempre di più rispetto a quanto veniva consigliato, per prevenire il più possibile il rischio di contagiare ed essere contagiati. 

Lavoro in smart working dal 1° dicembre scorso, ordino la spesa online quando posso, odio andare per negozi e dal parrucchiere da tempi non sospetti. Ho comprato le visiere ai nonni non appena i bimbi sono rientrati a scuola a settembre, trasformandoli in impacciati carri del carnevale viventi, ho visto il sorriso di mia mamma l’ultima volta da uno schermo di un PC. Una vita di privazioni, certo, ma per me è una normalità assolutamente sostenibile di fronte all’alternativa COVID e alle testimonianze di chi da un anno si spacca la schiena in prima linea. 

Il principio di precauzione nasce in campo ambientale, ma è applicabile ogni qual volta si abbia a che fare con dei rischi legati a danni gravi o irreversibili di cui non si riesce a valutare l’entità in base alle conoscenze scientifiche del momento. La mancanza di evidenze scientifiche solide può tradursi nell’adozione di misure di prevenzione sbilanciate in favore di una maggiore sicurezza. Tradotto in vernacolo viareggino “meglio ave’ paura che toccanne”. – Photo by Tim Mossholder on Pexels.com

All’inizio della didattica in presenza istruivo (terrorizzavo?) i miei studenti facendo loro capire l’importanza di tenere le mascherine anche seduti al banco, fornendo tutte le possibili spiegazioni scientifiche alla base delle mie precauzioni: lezioni sulla matematica dei contagi e sul senso del distanziamento, sulla natura subdola e sfuggente dei virus, sulla capacità del virus di stare sospeso nell’aria in mancanza di ventilazione. Nelle scuole eravamo (e siamo) parte di un grande esperimento sanitario e se l’ex-Ministra Azzolina ci teneva a dipingere le scuole italiane come i posti più sicuri d’Italia, tra gli sputacchi degli alunni e dei professori, nel frattempo gli scienziati si sgolavano a far capire come i luoghi chiusi e affollati fosseri quelli più a rischio (ma anche la Ministra alla fine lo ha inteso…).

Se in parte le mie estreme precauzioni possono essere spiegate da una incrollabile ansia, è invece la mia estrema e apparentemente contraddittoria razionalità ad aver fatto il peggio. Il fatto di saper leggere i numeri, di saper interpretare un grafico alla prima occhiata, di capire il senso della statistica e dei meccanismi matematici alla base della diffusione delle malattie infettive non ha fatto che rafforzare il mio atteggiamento cautelativo nei confronti di qualsiasi rischio. 

Insomma scegliete voi se definirmi una noiosa paranoica. Io mi sento piuttosto una sventurata Cassandra de noantri.

Fatto sta che ho avuto il triste primato, all’interno della mia bolla, di prevedere diversi eventi infausti e credetemi, non è una posizione sociale invidiabile. Ultimo tra tutti quando alcune settimane fa ho saputo di un caso di positività al COVID-19 in classe di mio figlio: scuola materna, 25 bambini e 2-3 insegnanti stipati senza mascherina in una piccola aula-pollaio di una piccola scuola di periferia. 

Dopo che nel quartiere più colpito della città cominciavano a spuntare i primi casi familiari, ho sentito il cerchio attorno a me cominciare a stringersi pian piano, nonostante le evidenze facessero presagire un esito diverso…

Cronologia di un focolaio annunciato

  • lunedì 22 febbraio: veniamo avvertiti dalla Dirigente dell’Istituto scolastico che un compagno, assente dal giovedì 18, è risultato positivo al COVID-19; scatta la quarantena per tutta la classe. Finisce in quarantena anche mio figlio minore, che non potrà frequentare il nido fino alla conferma di negatività del fratello.
  • martedì 23 febbraio: vengo a sapere che prima di uscire da scuola mio figlio ha avuto un forte attacco di diarrea e inizio a visualizzare il virus che prolifica nelle cellule del suo intestino. Nella chat dei genitori, per la prima volta davvero provvidenziale, iniziano a moltiplicarsi messaggi di nuovi casi di positività. Arriveranno a 9 i bambini positivi accertati nella sua classe, 3 nella classe adiacente.
  • mercoledì 24 (6 giorni dal primo caso accertato): porto il bimbo a fare un tampone rapido, quella diarrea proprio non mi è piaciuta e il papà continua ad andare a lavoro. Negativo. Questa bella ma parziale notizia mi porta a litigare con ogni membro della famiglia. Si vuole affidare ai nonni la cura del bambino in quarantena per permettere a noi genitori di lavorare. Spendo molte energie a cercare di spiegare il senso dell’istituto della quarantena. Alla fine riesco a fare imporre il mio antipatico punto di vista, non perché sia una brava comunicatrice del rischio, ma perché sono molto prepotente.
  • giovedì 25: vado a fare il vaccino, abbastanza tranquilla di non portare i virus di mio figlio per il mondo e indossando la mia prima FFP2; vuoi mica prenderti il COVID nell’ambulatorio vaccinale? Prima dose di AstraZeneca. Mi aspetto una febbre che non arriverà mai.
  • martedì 2 marzo (decimo giorno ufficiale dall’inizio della quarantena):
    1. Il pediatra, medico molto equilibrato e scrupoloso, prenota il tampone del decimo giorno. Il tracciamento è alla frutta e la fine della quarantena potrebbe slittare. La confusione è tanta. O la va o la spacca. Il secondo tampone si fa: negativo. Per il pediatra è il via libera. Ma la giornata riserva ancora sorprese.
    2. La Dirigente scolastica trasmette notizie del prolungamento della quarantena di altri 4 giorni. Cassandra contatta la Santissima infermiera del Servizio di Igiene, che diventerà la sua migliore amica dell’isolamento: un tampone fatto con troppo anticipo rischia di dare risultati falsamente rassicuranti, l’ultimo tampone negativo prescritto non vale una cippa, statisticamente parlando.
    3. Riporto la notizia ai genitori della chat, ma nel frattempo altre famiglie hanno già fatto il tampone del decimo giorno al proprio figlio. Rabbia e frustrazione.
    4. L’infermiera ci prende a cuore e prenota nuovi tamponi per tutti, rassicurandoci che se è negativo questo, per alcuni sarà tutto finito. Rimbocchiamoci le maniche.
  • venerdì 5 marzo (11 giorni dall’ultimo contatto diretto): terzo tampone, negativo. A quel punto la nostra coscienza ci lascerebbe liberi di mandare i bambini dai nonni (che ne dite, porca paletta?!) ma è fine settimana è così per una precauzione strana, assurda, eccessiva, decidiamo che non soltanto il piccolo non andrà al nido il lunedì, ma aspetteremo i fatidici 14 giorni per riavviare la nostra normalità. Almeno noi l’abbiamo scampata.
  • martedì 9 marzo (quindicesimo giorno): con il certificato medico di rientro, il piccolo ritorna al nido; il grande invece rimane a casa. Sembra che Viareggio diventi zona rossa il mercoledì, lui non ha voglia e noi vogliamo evitare altre sorprese per un giorno di scuola. Dopo il nido del piccolo, avrei bisogno di lavorare qualche ora in più per recuperare gli arretrati della quarantena e decido di accompagnare i bambini dalla nonna. Paranoica più che mai, mi raccomando con la nonna di non togliersi MAI la FFP2. Chiedo a mia madre se posso rimanere un paio d’ore a casa sua, in fondo mi sono vaccinata 13 giorni prima e i tamponi negativi del bimbo sembrano scongiurare per sempre la presenza del virus tra noi. Sarebbe proprio una beffa!

La sera stessa sento dolori alla schiena. Faccio stretching.

  • mercoledì 10 marzo (sedici giorni dall’ultimo contatto diretto del bimbo): alle 5 la mattina mi sveglio con un forte dolore di testa, prendo una Tachipirina, ma alle 7 il dolore ritorna, qualcosa non va. Passerò tutta la giornata a letto, dormendo in un sonno profondo e doloroso. La temperatura salirà la sera. So di avere il COVID. Quando arriva lo riconosci. 

Tutti i miei scrupoli non sono serviti a niente!

Ecco la frase che mi è piombata addosso e che nasconde la sensibilità umana che è in me (giuro, c’è). La metà razionale direbbe che non è vero, direbbe che se Cassandra non fosse stata così scrupolosa di sicuro oggi dovrebbe segnalare ben più di quei quattro contatti, sempre protetti e sempre a distanza. Di sicuro la loro probabilità di contagiarsi e ammalarsi sarebbe oggi più alta. 

Grazie al mio senso ipersviluppato del rischio, dietro invito del Servizio di Prevenzione, ho convinto i miei contatti a far partire da subito una quarantena del tutto volontaria, in attesa di una notifica che sarebbe potuta non arrivare mai, con alcuni medici di famiglia che remavano contro invitandoli a proseguire la loro vita normale. Perché se sappiamo di essere a rischio, non ci possiamo nascondere dietro all’inefficienza delle istituzioni per scaricare la nostra coscienza. 

Nei giorni seguenti il bimbo piccolo ha sviluppato una febbre sopra i 39 gradi durata tre giorni. Indovinate che cosa abbiamo pensato tutti che fosse? Il suo stato di salute ha tenuto in sospeso, per cinque lunghi giorni e per un solo giorno di frequenza, le tate del nido, i suoi compagni e tutte le loro famiglie, che sono state messe in quarantena preventiva fino a che non si è avuto il risultato anche del suo tampone: negativo.

Da dove è arrivato fino a me questo maledetto virus? Che cosa ha avuto veramente mio figlio?

Nonostante la sfiga e lo smarrimento, continuo ad avere fiducia nella scienza

Continuo a fidarmi della scienza anche se non sarà mai in grado di spiegare cosa è successo alla mia famiglia, nonostante le tante ipotesi. Nonostante vi siano alcuni medici che sottovalutano la pericolosità di varianti che sembrano aver azzerato di colpo tutte le nostre certezze sulle tempistiche del virus. Nonostante mi renda conto che in questo paese l’informazione e la formazione scientifiche continuino ad essere le ultime ruote del carro [ma non è un problema che deve affrontare (solo) la scienza]. 

In via preventiva mi è stata prescritta una cura di cortisone, iniziata il giorno stesso in cui girava un allarme sull’uso precoce di questo trattamento. Non saprò mai l’effetto che avrà fatto su di me, ai posteri della conoscenza l’ardua sentenza.

Continuo a fidarmi, nonostante io, una Cassandra qualunque, debba mettermi in prima persona a discernere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, all’interno di un quadro di evidenze contrastanti, per aiutare i miei cari a comprendere.  [Alla comunicazione non ci deve pensare (solo) la scienza.]

Perché la conoscenza scientifica si crea giorno per giorno e la sua incertezza non è dovuta a mancanza di metodo, è anzi intrinseca al metodo stesso. Il sapere scientifico si basa sull’osservazione e se i fenomeni cambiano nel tempo, i modelli devono cambiare.

Continuo a fidarmi nella scienza anche quando il vaccino che io stessa ho fatto non mi ha impedito di contagiarmi e, anzi, è oggi sotto l’occhio dei riflettori per casi di morti avvenute dopo la sua somministrazione. Ma è la scienza che ha capito l’importanza della sorveglianza attiva per garantirci la massima sicurezza.

Continuo a fidarmi di quella scienza che statisticamente ci dice che un caso negativo al decimo giorno non può portare il COVID, anche se, nella mia percezione di mamma, a oggi mio figlio resta il sospettato numero uno della mia infezione.

Se qualcuno pensa che la mia scrupolosità sia stata inutile, rispondo che un caso non fa scienza, così come una rondine non fa primavera.

Le mie precauzioni, spesso esagerate rispetto a quanto ci veniva indicato o permesso, mi sono servite sicuramente a limitare i contagi di altre persone. 

Che cosa sarebbe successo se avessi ignorato le norme di base che ci vengono prescritte, se non avessi indossato la mascherina con i miei cari, se non avessi rispettato alla lettera il periodo di quarantena dei miei figli? Quante persone avrei oggi sulla coscienza se non fossi una inguaribile rompipalle? Se non avessi fatto un vaccino che, chissà, magari ha reso i sintomi della mia malattia più lievi?

Questa scienza lavora su grandi numeri ed è lì che funziona. Non ti dice che se sei stato attento non prenderai il COVID, né che il tuo amico che si sfonda di illegali aperitivi lo prenderà per forza. Ti dice che, su una popolazione numerosa, rischiano di più quelli che prestano meno attenzione, che ci sono persone che non si ammalano neanche a un party di positivi, che le strade che il virus segue a volte sono palesi, altre volte rimangono misteriose; che c’è chi se la cava con un mal di testa e chi invece non se la cava proprio. 

La scienza ci dice anche che ammettere di non sapere non è una sconfitta ma uno stimolo per conoscere sempre di più. 

E che la percezione che ognuno di noi ha del rischio dipende da tanti di quei fattori personali, culturali, di valori che conoscere fatti e dati spesso non serve a modificare i propri comportamenti. 

Vorremmo avere certezze, ma la scienza non è una sfera di cristallo. E quando ci dà le certezze, tutto sommato le snobbiamo se ci impongono scelte scomode: smettere di fumare, smettere di consumare, smettere di distruggere il pianeta in cui viviamo, smettere di sputarci in faccia con il virus alle porte.

Per questo continuo a fidarmi della scienza, che ci salverà da questo incubo, anche se ora ho il COVID e lei non sa dirmi come finirà. 


FONTI:

La comunicazione del rischio per la salute e per l’ambiente (2018), Giancarlo Sturloni

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